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Venezia

Travel

Alla ricerca della Venezia defilata e autentica, il ‘Vecio Fritolin’

 

Purtroppo è un dato di fatto.

La Venezia di oggi non è più quella di anni fa, quella che io ricordo da ragazzina, quando ci abitavo.

La Venezia delle ‘botteghe’, delle latterie dove si comperava la panna con gli storti (coni di cialda), dei ‘biavarol’ (alimentari), delle piccole torrefazioni, degli artigiani, è ormai quasi del tutto sparita, per lasciare posto a pochi supermercati, negozi di maschere e oggetti di vetro (spesso di dubbia provenienza), tutto in funzione del turismo di massa che ogni giorno (purtroppo) si riversa in città.

Quando amici e conoscenti mi chiedono cosa vedere e dove andare a Venezia, una volta visitati i luoghi simbolo della città, io consiglio di lasciare i soliti percorsi turistici per cercare luoghi un po’ defilati, lontani dalle rotte della folla, proprio per trovare la Venezia che io amo, quella autentica, vera, che emoziona e sorprende ogni volta.

Poco distante dal cuore storico di Venezia, Rialto con i suoi mercati di pesce e frutta, luogo a cui io sono molto legata e di cui qualche tempo fa vi ho parlato qui, superati Campo San Cassian e il Sotoportego de Siora Bettina (ogni nome sul ‘nizioleto’ una storia), trovate il Ristorante Vecio Fritolin.

 

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Diario/ Travel

Lido di Venezia e Pellestrina in bicicletta

 

“La vita è come andare in bicicletta.

Se vuoi stare in equilibrio,

devi muoverti.”

Albert Einstein

 

Oggi vi porto a fare un giro in bicicletta, vi va?

Un giro molto bello. Una gita di una giornata per chi abita poco distante dalla provincia di Venezia, chi viene da più distante invece, può organizzarsi magari prevedendo un pernottamento in terraferma o anche in una delle due isole lungo cui si snoda il percorso.

Si, perchè in bicicletta si possono scoprire due isole molto belle, semplici, ancora autentiche, le due isole che di fatto proteggono la Laguna di Venezia dal mare aperto, le lunghe e sottili isole del Lido di Venezia e di Pellestrina.

Interessante sapere che durante il periodo bizantino le isole del Lido e di Pellestrina facevano parte di un percorso lungo le barene chiamato Via dei Settemari, che collegava Altino a Ravenna. Oltre a proteggere Venezia dalle mareggiate, di fatto ebbero un ruolo militarmente strategico, come testimoniano le tante fortificazioni presenti.

Il punto di partenza è, ovviamente, Venezia.

Se decidete di portarvi le biciclette, il vostro punto di partenza sarà l’isola del Tronchetto a Venezia, ci si arriva svoltando a destra poco prima di raggiungere Piazzale Roma, qui potrete parcheggiare la macchina e partire alla volta del Lido di Venezia con il Ferry boat, che trasporta mezzi e persone, e vi sbarcherà a San Nicolò (San Nicoeto per noi veneziani), l’estremità ovest del Lido.

Diversamente, come abbiamo fatto noi, potete prenotare le vostre biciclette da noleggiare per la giornata (vedi indicazioni a fine post), e raggiungere il Lido di Venezia da Piazzale Roma fino a S. Maria Elisabetta con il vaporetto, godendovi il panorama della città.

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Antipasti/ Salato/ Secondi di pesce

Polpette di sardine e pecorino al pomodoro

 

Una domenica bellissima, trascorsa all’aria aperta con la mia famiglia.

Ma soprattutto nella mia città, Venezia.

C’è forse città più bella al mondo?

Non voletemene, ok ok io sono un po’ di parte, ma credo che Venezia sia davvero unica, di una bellezza che toglie il fiato, ed in modo particolar in giornate terse e soleggiate.

La cosa più bella è passeggiare e perdersi tra calli, ponti e campielli, allontanandosi magari un po’ dalle zone più turistiche, si possono scoprire angoli della città davvero incantevoli.

Quello che non si può mancare di fare a Venezia è una sosta in qualche bacaro (piccola osteria) e assaggiare le tante delizie che si possono trovare, quelli che noi veneziani chiamiamo cicchetti.

I cicchetti sono spesso crostini di vario tipo, polenta abbrustolita a baccalà, fritturine, sarde in saor, seppioline grigliate, uova sode con l’acciuga (le amoooo) e poi non possono mai mancare le polpette!

Domenica, durante una di queste piacevoli soste ho assaggiato delle polpettine deliziose e sono stata assalita dalla voglia di replicarle subito a casa!

Insomma, mi sono subito procurata delle sardine freschissime e mi sono messa al lavoro.

Quindi oggi polpette!

Ma di sardine e pecorino con un sughetto di pomodoro dove affondare una bella fetta di pane ché la scarpetta non può mancare!

 

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POLPETTE DI SARDINE E PECORINO AL POMODORO 

Ingredienti 

600 g sardine

2 uova biologiche

50 g pecorino romano

400 g pane grattugiato

1 manciata di mandorle tritate

sale e pepe qb

600 g pomodori pelati

1 spicchio d’aglio

olio EVO

olio di arachidi (per friggere)

prezzemolo, menta qb

Preparazione

Per prima cosa pulite le sardine, tagliate la testa ed eliminate le interiora, la lisca e la coda. Lavate bene i filetti sotto l’acqua corrente, quindi asciugateli e tritateli con il coltello.

In una boule mescolate il trito di sardine con le uova, unite il pecorino romano tritato o grattugiato e circa 300 g di pane grattugiato. Salate, pepate e, a piacere, unite delle aromatiche, prezzemolo o menta, e mescolate bene.

Con le mani bagnate prendete piccole porzioni di composto e formate delle polpettine rotonde (dimensione approssimativa di di una noce o poco più grandi) o leggermente schiacciate, a vostro piacere.

Rotolatele nel restante pane grattugiato e fatele riposare una mezz’ora in frigorifero.

Mettete a scaldare l’olio di arachidi e una volta a temperatura (inserite uno stecchino, se si formeranno delle bollicine attorno l’olio è pronto) mettere a cuocere 5-6 polpettine alla volta, avendo cura di girarle per farle dorare da tutti i lati.

Fatele asciugare su un piatto rivestito di carta assorbente.

Preparate il sugo di pomodoro, fate soffriggere lo spicchio d’aglio con qualche cucchiaio di olio EVO in una padella capiente, tagliate i pomodori pelati e versateli nella padella, salate, pepate e lasciate cuocere per 10-15′.

Unite le polpettine e lasciate insaporire con il sugo, facendo cuocere per altri 10′, finite unendo delle aromatiche, prezzemolo fresco o menta e servite ben calde.

 

 

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Sul pesce azzurro. Si chiamano così quei pesci generalmente di piccola pezzatura il cui costo è anche abbastanza ridotto per la grande quantità di pescato.

Aguglia, alice, sgombro, sardina, sciabola, sugarello, sono alcune specie che fanno parte di questa categoria.

Ha tantissimi pregi il pesce azzurro, oltre ad essere molto economico, fa bene ed è decisamente versatile in cucina.

La cosa in assoluto più fastidiosa, diciamocelo, è pulirlo, in particolar modo i pesci più piccoli, quali ad esempio le alici e le sardine.

Non è un’operazione difficile, richiede soltanto un po’ di manualità e soprattutto pazienza.

Importante utilizzare un coltello affilato ed appoggiarsi su un tagliere.

Tagliate per prima cosa la testa, con questa operazione, trascinando il coltello sul tagliere, toglierete già buona parte delle viscere.

Poi, con il coltello (ma potete farlo anche con le dita) seguendo la lisca del pesce fino alla coda, aprite la sardina separando in due i filetti, sollevate quindi la lisca e staccatela.

Se il pesce è molto fresco farete un po’ più fatica a separare i filetti dalla lisca, quindi sarà più pratico utilizzare la lama del coltello per staccare bene tutta la polpa.

Lavateli accuratamente sotto l’acqua corrente e infine tamponateli, prima di procedere alle vostre preparazioni.

 

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LEI

La mia città.

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Sosta cicchetti a L’Aciugheta

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Io inizio a preparare il trolley ché mi attende un fine settimana nella Capitale!

Buon fine settimana gente!

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Diario/ Primi piatti/ Salato/ Travel

Bloggalline in Laguna e il Risotto alle ortiche e pancetta

 



Cosa succede quando parte una piccola idea nel gruppo LE BLOGGALLINE?
Avevamo pensato che sarebbe stato bello farci un giretto a Venezia una mattina, passando al mercato del pesce e fermarci poi a pranzo in qualche bàcaro.

Ma perché non chiedere nel gruppo se qualche altra gallinella veneta voleva unirsi a noi??

Ed ecco materializzarsi una giornata piacevolissima, trascorsa con alcune amiche già conosciute ai precedenti raduni di Milano e Tuscania, altre invece conosciute proprio in questa occasione, Genny, Silvia; Elisa; Marianna, Sandra, Cinzia, Lara e io.

La cosa bella è che la sensazione è quella di sentirsi completamente a proprio agio, come se ci conoscesse già da tempo…e forse è anche un po’ vero dato che ogni giorno ci si trova, ci si saluta, si scherza, e molto altro nel gruppo facebook.

Abbiamo iniziato la mattinata con una tappa in pasticceria, da Tonolo, quella dove i miei genitori comperavano la millefoglie (quella di cui parlo qui) per poi mangiarci un ottimo fritto take away da Acqua e Mais (Campiello dei Meloni, vicino a Campo S. Polo).
Sulla strada per raggiungere il Mercato del pesce, tappa in drogheria per scorte di spezie, golden syrup, acqua di rose…
E poi il mercato del pesce e della frutta di Rialto.
Peccato non aver potuto comperare del pesce, non sarebbe sopravvissuto fino al pomeriggio purtroppo..
Ma le ortiche si! Le ortiche le ho comperate, e sono arrivate a casa anche abbastanza in forma (..e sono finite nel risotto che vi propongo oggi!)
Poi il pranzo delizioso e piacevolissimo al Ristorante dell’Hotel Savoia & Jolanda in Riva degli Schiavoni, offerto dall’amico di Marianna, lo Chef Pasticcere Molin.
Insomma vi lascio tutte le foto della bellissima giornata, da rifare al più presto ragazze, vero?
Ci siamo troppo divertite!
 
 

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Biscotti e Frolle/ Cioccolato/ Diario/ Dolce

Baicoli e cioccolata calda speziata … e vi racconto una storia

I Baicoli.
Sono i biscotti che più mi ricordano Venezia.
Dei biscotti tipici veneziani, sono certamente i più semplici, ma anche quelli che richiedono la lavorazione più lunga e complessa.
A Venezia, oltre che con il caffè, i baicoli per tradizione s’accompagnano meravigliosamente con lo zabaione, ottimi utilizzati come cucchiaini per mangiare la panna montata, oppure serviti con la cioccolata calda e speziata, o in accoppiata a vini dolci o liquorosi (in tempi antichi con il vino di Cipro).
Vengono prodotti da una nota azienda alimentare e si possono acquistare in una fascinosa scatola di latta.
Sulla scatola dentro alle quali vengono venduti, si possono leggere questi versi:
“No gh’è a sto mondo, no, più bel biscotto, più fin, più dolce,
più lisiero e san per mogiar nela cìcara
o nel goto del Baicolo nostro Veneziàn” 
Parole di Giuseppe Boerio, autore de “Il Dizionario del dialetto veneziano”, che tradotte…
 
“Non c’è a questo mondo, no, più bel biscotto, più sottile, più dolce,
più leggero e sano da intingere nella tazzina
o nel bicchiere del baicolo nostro veneziano” .
E allora perché non provare a farli in casa?
La ricetta arriva da un libro di ricette venete “I Sapori del Veneto” di Rosalba Gioffré.

Secondo me con una buona tazza di cioccolata calda e speziata è la morte sua!

Insieme a questa ricetta, oggi, mi andava di raccontarvi una storia.
Una storia che parla di Venezia, ma anche un po’ di me.
Nel 1984, alla porta di casa della mia nonna paterna, bussò una suora, Suor Angela Maria Bovo, nata negli Stati Uniti da genitori veneti.
La mamma, Angelina Cian, sorella maggiore della mia nonna, dopo essersi sposata, nel 1906 emigrò negli Stati Uniti insieme al marito, Antonio Bovo.
Per alcuni anni rimase in contatto con la famiglia rimasta in Italia, ma dopo la Prima Guerra Mondiale, le sorelle in Italia persero i contatti con Angelina.
Riuscirono ad avere un’unica notizia nel 1950, dal Consolato Italiano a S. Francisco, notizia che comunicava la morte del marito di Angelina, Antonio Bovo, ma non riuscirono a sapere più nulla della sorella né dei loro figli.
Una delle figlie, Suor Angela, rimasta orfana in tenera età, voleva sapere di più sulle sue origini italiane e, ottenuto dai superiori il permesso di compiere un viaggio in Italia, a Venezia trovò ancora in vita due anziane zie, sorelle della mamma: zia Elisa di 88 anni e zia Giulia di 80, la mia nonna.
Giunta in visita dalla mia nonna insieme ad un’interprete, scoprì che sua madre, Angelina, nel 1896 fece da modella, in modo del tutto casuale, per un pittore, Roberto Ferruzzi (1853-1934).
La mia nonna le raccontò che nel 1896 la famiglia si era temporaneamente trasferita sulle colline vicino a Padova, sui Colli Euganei, più precisamente a Luvigliano.
Fu li che Roberto Ferruzzi vide un giorno Angelina, allora undicenne, che portava in braccio il fratellino.
Ferruzzi era un giovane artista e, colpito dalla bellezza che creavano la ragazzina ed il lattante, ne fece il ritratto, chiamando il quadro “Madonnina”.
Con questo quadro, l’anno successivo, vinse la Seconda Biennale di Venezia.
L’opera venne acquistata per 30.000 lire, una cifra astronomica per quei tempi.
In seguito fu acquistata dai Fratelli Alinari, proprietari della nota casa fotografica, i quali, prima di rivenderlo, si riservarono il diritto di riproduzione.
Dell’originale si sono poi perse le tracce.
Sembra sia stato acquistato da un americano durante la seconda guerra mondiale, e che sia andato perduto con l’affondamento della nave che lo trasportava in America.
La salvezza dell’opera sono le riproduzioni fotografiche dei Fratelli Alinari, che ce l’hanno fatta conoscere in mille riproduzioni.
A seguito della visita di Suor Angela, ho conosciuto altri componenti della grande famiglia americana.
Sono stata in visita nel 1990, ed ho incontrato uno dei figli di Angelina ed Antonio, Arturo, nonno di Christine e Kimberley Bovo, che mi hanno ospitata, con le quali sono tuttora in contatto, e che spero di rivedere presto.
Ecco, con baicoli e cioccolata calda, oggi anche un po’ di me.

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Antipasti/ Salato/ Travel

Venezia, bàcari e Hummus di cicerchie

 

Sono semplicemente incasinata, felice ma incasinata.
Non sono sparita.

Ho iniziato il corso all’Istituto Alberghiero, ed è abbastanza impegnativo in termini di tempo ed energie.

Facciamo circa otto ore in cucina ogni giorno, con dei ritmi ai quali, chi normalmente cucina solo per passione e/o diletto (beh, anche per necessità..) come me, non è certo abituato.

E non sono nemmeno i ritmi di un ristorante, quelli sono decisamente peggio.

E’ faticoso, ma sto imparando tante cose, le basi della cucina, le tecniche, quelle che desideravo apprendere da tempo, e quindi va bene così.

Va bene, anche se tra meno di un mese devo affrontare un trasloco, e ci sono gli scatoloni da fare ed una montagna di cose da organizzare.

Purtroppo non sempre si può pianificare tutto e fare le cose nel momento più consono.

A volte, quando passa il treno ci devi saltare sopra e fare qualche sacrificio, perché non lo sai se poi quel treno ripasserà ancora.

Insomma, io su questo treno ci sono saltata sopra, e sono felice!

Avrei voluto scrivere questo post domenica, ma non ci sono riuscita.

Ci sono così tante cose da fare nel fine settimana che è andata così e mi ritrovo oggi a raccontarvi di un qualcosa fatto sabato scorso. Pazienza!

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Salato

PASSIONE, EMOZIONI E…WHOOPIE PIE RICOTTA E SALAME




Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 






Oggi poche parole. Vi propongo una ricettina che mi ha dato un sacco di soddisfazione..

Dei dolcetti vi avevo già parlato qui, ma nel libro che ho a casa non ci sono solo ricette dolci…certo sono la maggioranza, ma ce ne sono anche di salate…
Una è questa, e sono buonissimi!

Credetemi, sono davvero facili da preparare, non serve nemmeno lo stampo, io ho seguito le indicazioni del libretto (che vi riporto sotto), niente di più semplice!

Per farcirli dovete solo sbizzarrirvi!!!


Vi lascio alcune immagini del nostro giretto a Venezia durante il week end.
Sabato abbiamo visitato la Scuola Grande di S. Rocco, per chi non la conoscesse, qualche info qui la cui intera decorazione pittorica è opera di Jacopo Robusti, detto Tintoretto. Un’impresa pittorica immensa, durata circa 25 anni.

Visita davvero interessantissima, soprattutto perché ci ha accompagnati una bravissima guida, Monica, mamma di un compagno di Carola.

I bambini (gruppo del catechismo) erano affascinati dalle sue spiegazioni, a conferma del fatto che per avere l’attenzione dei bambini bisogna anzitutto trasmettere passione ed emozioni.

Capacità che alcune (forse troppe…) insegnanti purtroppo hanno perduto…se così non fosse le loro proteste contro i tagli alla scuola pubblica non andrebbero a danneggiare direttamente i bambini.

E invece, il nostro corpo docente ha deciso di protestare sospendendo, tra le altre cose, i viaggi di istruzione e le uscite didattiche programmate ad inizio anno scolastico.
I miei complimenti per il messaggio che passate ai bambini.
Sarebbe quanto meno opportuno trovaste il coraggio di spiegarglielo voi il vostro nobile gesto.

Chiedo scusa per questa parentesi, ma quando mi frullano, mi frullano...

Buon inizio settimana!


WHOOPIE PIE RICOTTA E SALAME

Ingredienti per (24 basi medio-piccole):

Whoopie

1 uovo a temperatura ambiente
70 gr burro biologico
180 gr farina di grano khorasan KAMUT
30 gr Parmigiano Reggiano grattugiato
120 ml latte
1 cucchiaino lievito istantaneo in polvere per preparazioni salate
½ cucchiaino bicarbonato
1 pizzico pepe bianco
½ cucchiaino sale rosa dell’Himalaya
1 cucchiaio semi di papavero

Per farcire

125 gr ricotta biologica
12 fette salame
Una decina di steli di erba cipollina
Sale rosa dell’Himalaya qb
Pepe nero qb
Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 

Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 



Lavorate con le fruste elettriche il burro morbido, aggiungete l’uovo e lavorate ancora.

Abbassate la velocità al minimo ed aggiungete la farina setacciata con lievito, bicarbonato e poi anche il parmigiano grattugiato, alternateli con il latte, poco per volta.

Salate e pepate a piacere.

Mettete il composto in una sac à poche con la bocchetta liscia di circa 1,5 cm e distribuitelo su una teglia foderata di carta forno, formando tanti mucchietti regolari ben distanziati tra loro (perché si allargheranno durante la cottura). *

Cospargeteli con i semi di papavero ed  infornate in forno preriscaldato a 180° per circa 15 minuti.

Fate raffreddare prima di farcire.

Condite la ricotta con poco sale, pepe e l’erba cipollina sminuzzata.
Mescolate bene.

Farcite ogni whoopie con un cucchiaio di crema di ricotta ed una fettina di salame.
Utilizzate uno stecchino per tenere fermo il whoopie!

*Nota: Nel libro viene suggerito di disegnare sul retro del foglio di carta forno dei cerchietti della dimensione desiderata dei whoopie (io circa 7 cm). 
I cerchi devono essere ben distanziati tra loro affinché non si uniscano uno con l’altro durante la cottura.

Al centro di ciascun cerchietto disporre una pallina di impasto (con la sac à poche).















Dolce

EPIFANIA, DISPARITA’ E…..PINZA DEA MARANTEGA

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La befana vien de note
co e scarpe tute rote
col, vestito da romana
viva, viva ea befana.

 

La pinza è un dolce veneto molto antico e tipico dell’Epifania.
 
La Befana a Venezia la chiamamo Marantega ed il giorno dell’Epifania si svolge una straordinaria regata in costume, la Regata delle Befane.
 
Si tratta di una simpatica regata tra i vecchi soci della più antica società di canotaggio di Venezia, la Bucintoro.
 
Cinquanta uomini, travestiti da befane si sfidano nel tratto centrale del Canal Grande da San Tomà fino al Ponte di Rialto.
 
L’arrivo è rappresentato da una calza gigante appesa per l’occasione al celebre ponte di Rialto.
Di Pinza ne esistono molte ricette e versioni, ma gli ingredienti principali sono comunque la farina gialla e la frutta secca.
 
Questa è la mia versione, presa un po’ dalla ricetta della mia mamma, un po’ da ricette lette in varie riviste e libri, senza strutto e con la grappa per ammollare la frutta secca.
 
Poi una striscia di Silvia Ziche, chi legge qualche volta Donna Moderna la conoscerà già…io la adoro…
Sapete già che sono una che tiene tutti i pizzini dalle riviste, beh, ho tutta una raccolta delle sue vignette.
 
Come non postare questa che è attualissima in tema sia di Befane che di disparità tra uomini e donne???
 
Vi auguro una felice domenica gente!

PINZA DEA MARANTEGA
Ingredienti
150 g farina di mais fioretto
100 g farina di farro (o altro tipo)
80 g zucchero di canna ( + poco per cospargere la torta)
70 g burro biologico
750 ml latte
50 g uvetta
50 g arancia candita
20 g zenzero candito
9-10 fichi secchi
½ mela
100 ml grappa
1 cucchiaino semi di anice
1 cucchiaino semi di finocchio
½ bustina lievito vanigliato
Sale un pizzico
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Mettete tutti i canditi, i fichi secchi tagliati a pezzetti, l’uvetta ed i semi di anice e finocchio in una ciotola, versate la grappa, mescolate bene e lasciate insaporire.
 
Scaldate il latte in una pentola con il sale.
 
Raggiunto il bollore, versate le farine a pioggia mescolando con la frusta per evitare si formino grumi (dovrebbe avere la consistenza di una polentina, se troppo compatto aggiungete latte qb).
 
Continuate la cottura per una decina di minuti, mescolando bene con un cucchiaio di legno.
 
Togliete dal fuoco ed aggiungete il burro a pezzetti, lo zucchero e la mela tagliata a dadini, mescolate bene quindi unite anche la frutta secca ammollata con la grappa, ed il lievito sciolto in 4 cucchiai di latte tiepido.
Versate l’impasto in una tortiera rettangolare di ca. 20×30 cm rivestita di carta forno, cospargete con dello zucchero di canna ed infornate a 180° per circa 50-60 minuti. Deve fare una bella crosticina sopra. (Per evitare che indurisca o scurisca troppo per metà cottura coprite con un dell’alluminio)
 
Va consumata tiepida o fredda.
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Silvia Ziche…
 
 
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Salato

DI CONTEST E……LONZA DI MAIALE AL LATTE – ‘PORSEO AL LATTE’





La giornata di ieri è iniziata malino. 
Nel senso che ‘polpettina’ aveva la febbre da sabato sera e, ovviamente la domenica si prospettava a casa…
 
Poi al risveglio, la pioggia, ancora. 
Vabbè dobbiamo comunque rimanere a casa ma la pioggia ha rotto però….
 
Avevo un po’ di cose in sospeso da fare e ne ho approfittato. 
Negli ultimi due giorni non ho avuto nemmeno il tempo di gironzolare un po’ per i blog delle tante/i amiche/i….e nemmeno di controllare la posta in arrivo…..infatti….ma che figura…CHE RAZZA DI FIGURA!!!!
 
Non ho nemmeno visto il messaggio di Nus de L’Ennesimo Blog di Cucina che mi diceva di passare da lei …ho vinto il suo contest!
 
Ho vinto il contest e me ne sono accorta dopo due giorni…ma che figura …
Tardi, lo so, ma ci sono arrivata Nus!
 
Sono felicissima di aver vinto con la ricetta del Gratin di rana pescatrice (qui), davvero felice!!!
 
Desidero fare i  miei complimenti anche a Rosalba del blog Miele e Vaniglia
che ha vinto pari merito con me, ottima ricetta Rosalba!
 
Per tutto il mese Nus ospiterà le ricette vincitrici nella sidebar del suo blog!
 
Beh, grazie, grazie, grazie!!!
 
Oggi vi propongo  una ricetta veneziana, che mi piace molto.
 
La lonza arrosto, al latte.  In veneziano Porseo al latte.
 
E’ semplicissima da eseguire. L’importante è far marinare la carne nel vino per parecchie ore e poi farla cucinare davvero lentamente nel latte.
 
Ricetta presa da un libro che ho da parecchio tempo, si chiama ‘Sapori del Veneto – Le ricette classiche’ di Rosalba Gioffré.
 
Vi lascio alla ricetta ed alle foto, augurandovi di tutto cuore un buon inizio settimana!

 

LONZA DI MAIALE AL LATTE – ‘PORSEO AL LATTE’
 
Ingredienti:
 
1,5 kg lonza di maiale
2 spicchi aglio
Burro  io olio evo qb
Salvia qb
Rosmarino qb
1 lt latte
1 lt Vino bianco  
Sale rosa dell’Himalaya qb
Pepe qb



 
 




Legate il pezzo di carne con dello spago da cucina affinché mantenga la forma durante la cottura (io ho omesso questo passaggio, non ce l’avevo, comunque la forma l’ha mantenuta ugualmente).
 
Mettetelo in una terrina coperto di vino bianco e lasciatelo marinare tutta la notte in frigorifero.
 
Il giorno dopo asciugatelo bene, salatelo e pepatelo, sistematelo in una casseruola e fatelo rosolare da tutte le parti nell’olio, dove avrete fatto soffriggere i due spicchi d’aglio. 








Poi aggiungete anche il latte, la salvia ed il rosmarino, coprite e lasciate cuocere l’arrosto a fuoco lento per circa  1 ora (la ricetta prevede 2 ore di cottura, ma mi sembra tanto perché io a fuoco basso l’ho sempre cucinato in poco più di un’ora).
 
Il sughetto si presenta un po’ grumoso, il che sarebbe anche bello, ma ci sono anche tutti i residui di foglie varie di rosmarino e salvia. Risolvo questo problema passandolo al setaccio, ottengo così una cremina gustosissima con cui va servito questo arrosto.
 
Nota: Insieme a tutti gli odori, se vi piace, ci sta bene anche una grattatina di noce moscata.
Salato/ Secondi di pesce

Di sarde, finite! E moscardini in umido con lenticchie mignon

 

Questa è davvero bella.
Mi sono recata in pescheria perché volevo acquistare delle sarde fresche e, dopo aver fatto una bella fila con il mio bel numerino tra le dita, arriva il mio turno e le sardine?
Finite.
Un signore anziano, prima di me, non so quanti cavolo di chili ne ha acquistate e sono finite.Vabbè. Vedo il cartello “Polpi pescati nel Mar Mediterraneo”.
Ok! Perfetto, faccio la ricetta di mia mamma con le lenticchie.

Arrivo a casa e di cosa mi accorgo?…sono dei moscardini, belli grossi, ma sono moscardini.

Chiariamo subito le cose, perché conoscere le materie prime non è cosa scontata evidentemente: il polpo (non polipo, se lo chiamano così sbagliano, il polipo è un’altra cosa) ha 8 tentacoli e 2 file di ventose simmetriche (attenzione, simmetriche!), mentre il moscardino ha solo una fila di ventose.

Il polpo è parente di seppie e calamari (…che però hanno 10 tentacoli!), poi c’è anche da sapere che i polpi più grandi vengono chiamati piovre….sono la stessa identica cosa, ma sono più grossi.

Mi chiedo, ma in una pescheria non le dovrebbero sapere ‘ste cose? Mah…

A me è andata bene anche così, per carità, perché i moscardini vanno anche meglio ha detto mia mamma, però…

Torniamo ai folpeti, ché a Venezia li chiamiamo così!

Se vi capita di farvi un giro nella città a forma di pesce, recatevi in un’osteria (bàcaro) e troverete tra i tanti cicheti, i folpeti lesi (moscardini lessi).

Vengono lessati esattamente come nella ricetta sotto (se vi va ci sta bene dell’alloro nell’acqua di cottura) ma senza privarli delle interiora…si avete capito, si mangia tutto, tutto.

Questa ricetta, che a me piace davvero tanto, non credo sia veneziana onestamente…devo ricordare di chiederlo a mia mamma, perché l’ho rubata a lei.

Ha davvero un suo perché abbinarci una buona polenta morbida.

 

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Biscotti e Frolle/ Dolce/ Travel

Bussolà de Buran

   


Leggevo poco tempo fa un articolo che si intitolava ‘Figli della modernità, malati di poca natura’.Vi ricordate che qui, vi ho spiegato dei ‘pizzini’ che io ritaglio abitualmente da tutte le riviste e che poi mi leggo e/o rileggo con calma?Questo è uno dei tanti ‘pizzini’. Si perché non strappo solo ricette, io lo so che finirò i miei giorni sommersa dai miei pizzini.

Per la precisione questo l’ho strappato da un inserto ‘Settegreen’ del Corriere.Sara Gandolfi inizia l’articolo scrivendo: “Mai ascoltato in silenzio i suoni di un bosco? Mai camminato a piedi nudi sull’erba di un parco cittadino?”.

Affronta un tema davvero interessante: il ‘Nature deficit disorder’, ovvero disturbo da carenza di natura, termine coniato qualche anno fa dallo scrittore americano Richard Louv autore de ‘L’ultimo bambino nei boschi’ (che voglio leggere).

Non è il nome di una vera e propria malattia, ma di un rapporto mancato con la natura, con l’ambiente.

In poche parole ci sono studi che confermano che il nostro stato di salute mentale, fisica e spirituale è direttamente collegato al legame che abbiamo con il mondo naturale.

Che problemi quali obesità, disattenzione, depressione, ansia, noia, svogliatezza possono essere trattati in modo efficace, incentivando e favorendo il rapporto tra i bambini/ragazzi e la natura.

Per cui non sono sufficienti soltanto una buona alimentazione ed un buon sonno per essere in buona salute, ma è essenziale anche il contatto con il verde.

E’ provato da varie ricerche scientifiche che i bambini che vivono a contatto con la natura, rispetto a quelli che restano spesso chiusi a casa, davanti a TV e PC, hanno maggiore capacità di osservazione, ragionamento, sono sensibilmente meno inclini al bullismo e, cosa secondo me meravigliosa, sanno stupirsi. Capacità che spesso sembra davvero perduta.

 

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