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Venezia

Diario/ Travel

Lido di Venezia e Pellestrina in bicicletta

 

 

“La vita è come andare in bicicletta.

Se vuoi stare in equilibrio,

devi muoverti.”

Albert Einstein

 

Oggi vi porto a fare un giro in bicicletta, vi va?

Un giro molto bello. Una gita di una giornata per chi abita poco distante dalla provincia di Venezia, chi viene da più distante invece, può organizzarsi magari prevedendo un pernottamento in terraferma o anche in una delle due isole lungo cui si snoda il percorso.

Si, perchè in bicicletta si possono scoprire due isole molto belle, semplici, ancora autentiche, le due isole che di fatto proteggono la Laguna di Venezia dal mare aperto, le lunghe e sottili isole del Lido di Venezia e di Pellestrina.

Interessante sapere che durante il periodo bizantino le isole del Lido e di Pellestrina facevano parte di un percorso lungo le barene chiamato Via dei Settemari, che collegava Altino a Ravenna. Oltre a proteggere Venezia dalle mareggiate, di fatto ebbero un ruolo militarmente strategico, come testimoniano le tante fortificazioni presenti.

Il punto di partenza è, ovviamente, Venezia.

Se decidete di portarvi le biciclette, il vostro punto di partenza sarà l’isola del Tronchetto a Venezia, ci si arriva svoltando a destra poco prima di raggiungere Piazzale Roma, qui potrete parcheggiare la macchina e partire alla volta del Lido di Venezia con il Ferry boat, che trasporta mezzi e persone, e vi sbarcherà a San Nicolò (San Nicoeto per noi veneziani), l’estremità ovest del Lido.

Diversamente, come abbiamo fatto noi, potete prenotare le vostre biciclette da noleggiare per la giornata (vedi indicazioni a fine post), e raggiungere il Lido di Venezia da Piazzale Roma fino a S. Maria Elisabetta con il vaporetto, godendovi il panorama della città.

 

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Arrivati al Lido sarete accolti dal cupolone in rame del Tempio Votivo Santa Maria della Pace, e poco distante, quasi affacciata alla laguna, dalla Chiesa seicentesca di S. Maria Elisabetta.

All’inizio del Gran Viale omonimo, troverete il noleggio biciclette, quindi inforcati i mezzi, si parte!

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Il percorso è molto semplice, una volta percorso il Gran Viale S. Maria Elisabetta, si svolta a destra sul lungomare Marconi e si procede sempre diritti, verso la punta estrema dell’isola, gli Alberoni, da dove parte il Ferry boat per l’isola di Pellestrina.

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Non correte troppo veloci, e di tanto in tanto fermatevi e guardatevi attorno. Siete nella ‘Città Giardino’ del Lido e potrete ammirare tanti bellissimi edifici costruiti ad inizio ‘900, in pieno stile Liberty e Art Decò. Un esempio l’Ausonia & Hungaria Hotel, un capolavoro del Liberty con la sua facciata in maioliche policrome.

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Oltre alle abitazioni, passerete davanti ai grandi alberghi di inizio secolo, frequentati da divi di Hollywood, regine e grandi scrittori. Il Des Bains alla vostra destra e, oltre il Casinò e il Palazzo del Cinema, sede della famosa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, sulla sinistra il fascinosissimo Hotel Excelsior, grande albergo di stile moresco (ho un ricordo molto vivo di me bambina nella spiaggia di questo albergo, ebbene si cara Mina, io me lo ricordo bene che non mi hai fatto l’autografo!).

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Sono certa che durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, alla TV avrete visto attori, divi di Hollywood e registi sbarcare dai taxi in questo molo qui sotto, ad attenderli fotografi e  cameraman per riprenderli.

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Proseguendo vi ritroverete a correre lungo viali alberati e fioriti, costeggiati da un lato da casette deliziose e curate, e dalla laguna dall’altro.

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Ad un certo punto, lasciate la strada principale e dirigetevi verso sinistra, per prendere la pista ciclo-pedonale dei Murazzi.

I Murazzi sono una fortificazione in pietra d’Istria realizzata dalla Serenissima nel 1751, per difendere il litorale e la laguna dalle mareggiate. Si estendono fino alla diga di Malamocco e alla Riserva Naturale degli Alberoni. Percorrendo in bicicletta il litorale si potrà godere da un lato della ricca vegetazione semi selvaggia, e dall’altro della spiaggia e, verso la zona degli Alberoni, anche di alte dune di sabbia, habitat naturale di numerose specie di uccelli marini.

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Lasciati i Murazzi, costeggiando il vecchio Forte Militare (oggi sede del Golf Club), si raggiunge Malamocco, uno dei più antichi insediamenti lagunari, dove paesaggio agreste e lagunare si mescolano in un perfetto connubio. Malamocco è un pittoresco borgo lagunare sorto nel XII secolo dopo che una terribile mareggiata distrusse l’antica Metamaucus, nei pressi dell’isola di Poveglia, e un tempo sede del Dogato e del Vescovado.

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Malamocco è di fatto un’isola nell’isola, completamente circondata da un canale, dei ponti la collegano all’isola del Lido. Qui, tra calli e campielli, si respira un’atmosfera tipicamente veneziana.

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Lasciata Malamocco ci si dirige verso la punta estrema dell’isola, gli Alberoni dove, imbarcandosi su un Ferry boat, si raggiunge l’isola di Pellestrina e, precisamente Santa Maria del Mare.

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Per la piccolina della famiglia, ormai troppo grande per essere trasportata nel seggiolino, ma ancora troppo piccola per percorrere in bicicletta con le sue gambine circa 40 km, abbiamo risolto noleggiando un tandem. Si è divertita tantissimo!

Alla fine ha proposto “Mamma ma non possiamo portarcelo a casa?” eh eh eh …mi sa di no.

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Attraversato il canale di Malamocco, la pedalata riprende per circa altri 11 km, da Santa Maria del Mare fino alla punta estrema, l’Oasi di Ca’ Roman, curata dalla LIPU, da dove si possono vedere i campanili di Chioggia, raggiungibile con un’altra traversata.

Lungo il percorso si passa attraverso dei borghi di pescatori e ortolani davvero pittoreschi e ricchi di fascino. Il paesaggio circostante ci riempie gli occhi di azzurro e colori sgargianti. I barconi da pesca allineati lungo la riva, le casette colorate dove è facile incrociare signore fuori dall’uscio di casa intente a ricamare e bambini che giocano a pallone.

Nell’ordine si incrociano S. Pietro in Volta, Portosecco e Pellestrina.

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Vi sentirete immersi in un’atmosfera fuori dal tempo, ricca di fascino e suggestione. Luoghi dove la vita delle persone è strettamente legata ai ritmi della pesca e dell’agricoltura, e dove si sente che gli abitanti conservano una chiara identità territoriale ed un forte spirito isolano.

Barche da pesca allineate lungo la riva, biciclette, umili e semplici casette dai colori sgargianti, panni stesi al sole, orti protetti da grisiole (canne di bambù), vecchie e tipiche osterie dove fermarsi a mangiare cicchetti di pesce locale.

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Incontrerete tante Chiese lungo il percorso, la più piccola ma non meno significativa, è la Chiesa di Santo Stefano in Portosecco, piccola frazione di Pellestrina.

Un bicicletta parcheggiata fuori, la biancheria a stendere al sole tra le case colorate.

 

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Poco distante dalla riva i tipici casoni dei pescatori, costruiti a fianco alle bricole, che stanno ad indicare i canali navigabili nella laguna, uscire dai percorsi indicati significa rischiare di arenarsi.

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Gli acquedotti che si incontrano lungo il percorso.

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Una sosta mangereccia è d’obbligo, il profumo di pesce vi costringerà a fermarvi in una delle tante osterie e ristorantini lungo il litorale. Noi abbiamo fatto una tappa con vista sulla laguna, gustandoci all’aperto un’ottima frittura di pesce.

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Fate una tappa ed entrate nella Chiesa Medievale di Ognissanti a Pellestrina. Carica di storia e qui chiamata Il Duomo, proprio perchè di fatto è la chiesa più nobile, per la sua architettura ed il suo splendore.

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Lasciato il centro di Pellestrina si pedala lungo i Murazzi a pochi metri dal mare, fino al punto più a sud, la diga artificiale dei Murazzi da dove è possibile avventurarsi a piedi verso l’Oasi di Ca’ Roman, 40 ettari di vegetazione dunale integra e con un’arenile di selvaggia bellezza, un ecosistema unico, caratterizzato da spiagge sabbiose e pineta rifugio di oltre 170 specie di uccelli, alcune delle quali molto rare.

Per raggiungere l’Oasi è necessario percorrere il marciapiede marmoreo lungo tutta la diga, noi un po’ per l’orario e il desiderio di ritornare con tranquillità verso il Lido, un po’ perchè non ci sembrava una buona idea percorrerla con le biciclette al seguito e la bimba per mano, abbiamo preferito rinunciare.

Ma ci torneremo di sicuro, magari con tempo meno incerto e temperature più estive.

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Ed eccoci arrivati all’imbarcadero in tempo, si riprende il Ferry per il Lido di Verezia.

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Il ritorno decidiamo di farlo percorrendo la strada principale, godendoci la stupenda vista del paesaggio lagunare.

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Uno sguardo a sinistra e scorgiamo le isole della laguna, dietro agli alberi, di fronte a Malamocco, l’isola di Poveglia.

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Anche se ad inizio stagione, tanti i chioschetti (o chiringuito) aperti. “Cossa bevemo fioi?” …e mi sento subito a casa!

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Percorrendo con maggiore calma il Lungomare Marconi mi fermo a sbirciare la spiaggia e le capanne dei vari stabilimenti, dove io e la mia famiglia eravamo soliti trascorrere le vacanze estive. Questi sono proprio i luoghi della mia infanzia.

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Arrivati all’imbocco del Gran Viale S. Maria Elisabetta, una sosta per l’aperitivo al Blue Moon è decisamente d’obbligo!

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Giunti a S. Maria Elisabetta, al tramonto, consegnate biciclette e tandem (a malincuore), riprendiamo il vaporetto per fare ritorno a Piazzale Roma.

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Una giornata così bella non poteva che concludersi con un meraviglioso tramonto sulla laguna.

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Noi abbiamo fatto questa escursione ad aprile, un po’ sfidando le previsioni meteorologiche che non promettevano una giornata di sole, ma tempo incerto e leggermente ventoso.

Durante la stagione estiva considerate bene le distanze da percorrere sotto al sole, 40 km non sono proprio pochi!

Vi lascio qui sotto alcune info che possono esservi utili nel caso decidiate di organizzare questo bel giretto!

A presto!

 

 

INFO UTILI

DISTANZE: da S. Nicolò Lido di Venezia fino agli Alberoni ca. 11 km  – da S. Maria del Mare (Pellestrina) fino all’Oasi di Ca’ Roman ca 11 km

ACTV – info su orari e percorsi servizi di navigazione

LIDO on bike – Gran Viale S. Maria Elisabetta Lido di Venezia

DORMIRE E MANGIARE:  Locanda Stravedo S. Pietro in Volta (isola di Pellestrina)

MANGIARE: 

DA CELESTE – Pellestrina (prezzi medio – alti)

AI PESCATORI – Pellestrina  (prezzi medi, buon pesce locale)

AGRITURISMO LE VALLI DI PELLESTRINA – Pellestrina (prezzi medi, buon pesce locale)

 

 

 

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Antipasti/ Salato/ Secondi di pesce

Polpette di sardine e pecorino al pomodoro

 

Una domenica bellissima, trascorsa all’aria aperta con la mia famiglia.

Ma soprattutto nella mia città, Venezia.

C’è forse città più bella al mondo?

Non voletemene, ok ok io sono un po’ di parte, ma credo che Venezia sia davvero unica, di una bellezza che toglie il fiato, ed in modo particolar in giornate terse e soleggiate.

La cosa più bella è passeggiare e perdersi tra calli, ponti e campielli, allontanandosi magari un po’ dalle zone più turistiche, si possono scoprire angoli della città davvero incantevoli.

Quello che non si può mancare di fare a Venezia è una sosta in qualche bacaro (piccola osteria) e assaggiare le tante delizie che si possono trovare, quelli che noi veneziani chiamiamo cicchetti.

I cicchetti sono spesso crostini di vario tipo, polenta abbrustolita a baccalà, fritturine, sarde in saor, seppioline grigliate, uova sode con l’acciuga (le amoooo) e poi non possono mai mancare le polpette!

Domenica, durante una di queste piacevoli soste ho assaggiato delle polpettine deliziose e sono stata assalita dalla voglia di replicarle subito a casa!

Insomma, mi sono subito procurata delle sardine freschissime e mi sono messa al lavoro.

Quindi oggi polpette!

Ma di sardine e pecorino con un sughetto di pomodoro dove affondare una bella fetta di pane ché la scarpetta non può mancare!

 

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POLPETTE DI SARDINE E PECORINO AL POMODORO 

Ingredienti 

600 g sardine

2 uova biologiche

50 g pecorino romano

400 g pane grattugiato

1 manciata di mandorle tritate

sale e pepe qb

600 g pomodori pelati

1 spicchio d’aglio

olio EVO

olio di arachidi (per friggere)

prezzemolo, menta qb

Preparazione

Per prima cosa pulite le sardine, tagliate la testa ed eliminate le interiora, la lisca e la coda. Lavate bene i filetti sotto l’acqua corrente, quindi asciugateli e tritateli con il coltello.

In una boule mescolate il trito di sardine con le uova, unite il pecorino romano tritato o grattugiato e circa 300 g di pane grattugiato. Salate, pepate e, a piacere, unite delle aromatiche, prezzemolo o menta, e mescolate bene.

Con le mani bagnate prendete piccole porzioni di composto e formate delle polpettine rotonde (dimensione approssimativa di di una noce o poco più grandi) o leggermente schiacciate, a vostro piacere.

Rotolatele nel restante pane grattugiato e fatele riposare una mezz’ora in frigorifero.

Mettete a scaldare l’olio di arachidi e una volta a temperatura (inserite uno stecchino, se si formeranno delle bollicine attorno l’olio è pronto) mettere a cuocere 5-6 polpettine alla volta, avendo cura di girarle per farle dorare da tutti i lati.

Fatele asciugare su un piatto rivestito di carta assorbente.

Preparate il sugo di pomodoro, fate soffriggere lo spicchio d’aglio con qualche cucchiaio di olio EVO in una padella capiente, tagliate i pomodori pelati e versateli nella padella, salate, pepate e lasciate cuocere per 10-15′.

Unite le polpettine e lasciate insaporire con il sugo, facendo cuocere per altri 10′, finite unendo delle aromatiche, prezzemolo fresco o menta e servite ben calde.

 

 

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Sul pesce azzurro. Si chiamano così quei pesci generalmente di piccola pezzatura il cui costo è anche abbastanza ridotto per la grande quantità di pescato.

Aguglia, alice, sgombro, sardina, sciabola, sugarello, sono alcune specie che fanno parte di questa categoria.

Ha tantissimi pregi il pesce azzurro, oltre ad essere molto economico, fa bene ed è decisamente versatile in cucina.

La cosa in assoluto più fastidiosa, diciamocelo, è pulirlo, in particolar modo i pesci più piccoli, quali ad esempio le alici e le sardine.

Non è un’operazione difficile, richiede soltanto un po’ di manualità e soprattutto pazienza.

Importante utilizzare un coltello affilato ed appoggiarsi su un tagliere.

Tagliate per prima cosa la testa, con questa operazione, trascinando il coltello sul tagliere, toglierete già buona parte delle viscere.

Poi, con il coltello (ma potete farlo anche con le dita) seguendo la lisca del pesce fino alla coda, aprite la sardina separando in due i filetti, sollevate quindi la lisca e staccatela.

Se il pesce è molto fresco farete un po’ più fatica a separare i filetti dalla lisca, quindi sarà più pratico utilizzare la lama del coltello per staccare bene tutta la polpa.

Lavateli accuratamente sotto l’acqua corrente e infine tamponateli, prima di procedere alle vostre preparazioni.

 

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LEI

La mia città.

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Sosta cicchetti a L’Aciugheta

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Io inizio a preparare il trolley ché mi attende un fine settimana nella Capitale!

Buon fine settimana gente!

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Diario/ Primi piatti/ Salato/ Travel

Bloggalline in Laguna e il Risotto alle ortiche e pancetta

 



Cosa succede quando parte una piccola idea nel gruppo LE BLOGGALLINE?
Avevamo pensato che sarebbe stato bello farci un giretto a Venezia una mattina, passando al mercato del pesce e fermarci poi a pranzo in qualche bàcaro.

Ma perché non chiedere nel gruppo se qualche altra gallinella veneta voleva unirsi a noi??

Ed ecco materializzarsi una giornata piacevolissima, trascorsa con alcune amiche già conosciute ai precedenti raduni di Milano e Tuscania, altre invece conosciute proprio in questa occasione, Genny, Silvia; Elisa; Marianna, Sandra, Cinzia, Lara e io.

La cosa bella è che la sensazione è quella di sentirsi completamente a proprio agio, come se ci conoscesse già da tempo…e forse è anche un po’ vero dato che ogni giorno ci si trova, ci si saluta, si scherza, e molto altro nel gruppo facebook.

Abbiamo iniziato la mattinata con una tappa in pasticceria, da Tonolo, quella dove i miei genitori comperavano la millefoglie (quella di cui parlo qui) per poi mangiarci un ottimo fritto take away da Acqua e Mais (Campiello dei Meloni, vicino a Campo S. Polo).
Sulla strada per raggiungere il Mercato del pesce, tappa in drogheria per scorte di spezie, golden syrup, acqua di rose…
E poi il mercato del pesce e della frutta di Rialto.
Peccato non aver potuto comperare del pesce, non sarebbe sopravvissuto fino al pomeriggio purtroppo..
Ma le ortiche si! Le ortiche le ho comperate, e sono arrivate a casa anche abbastanza in forma (..e sono finite nel risotto che vi propongo oggi!)
Poi il pranzo delizioso e piacevolissimo al Ristorante dell’Hotel Savoia & Jolanda in Riva degli Schiavoni, offerto dall’amico di Marianna, lo Chef Pasticcere Molin.
Insomma vi lascio tutte le foto della bellissima giornata, da rifare al più presto ragazze, vero?
Ci siamo troppo divertite!
 
 

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Biscotti e Frolle/ Cioccolato/ Diario/ Dolce

Baicoli e cioccolata calda speziata … e vi racconto una storia

I Baicoli.
Sono i biscotti che più mi ricordano Venezia.
Dei biscotti tipici veneziani, sono certamente i più semplici, ma anche quelli che richiedono la lavorazione più lunga e complessa.
A Venezia, oltre che con il caffè, i baicoli per tradizione s’accompagnano meravigliosamente con lo zabaione, ottimi utilizzati come cucchiaini per mangiare la panna montata, oppure serviti con la cioccolata calda e speziata, o in accoppiata a vini dolci o liquorosi (in tempi antichi con il vino di Cipro).
Vengono prodotti da una nota azienda alimentare e si possono acquistare in una fascinosa scatola di latta.
Sulla scatola dentro alle quali vengono venduti, si possono leggere questi versi:
“No gh’è a sto mondo, no, più bel biscotto, più fin, più dolce,
più lisiero e san per mogiar nela cìcara
o nel goto del Baicolo nostro Veneziàn” 
Parole di Giuseppe Boerio, autore de “Il Dizionario del dialetto veneziano”, che tradotte…
 
“Non c’è a questo mondo, no, più bel biscotto, più sottile, più dolce,
più leggero e sano da intingere nella tazzina
o nel bicchiere del baicolo nostro veneziano” .
E allora perché non provare a farli in casa?
La ricetta arriva da un libro di ricette venete “I Sapori del Veneto” di Rosalba Gioffré.

Secondo me con una buona tazza di cioccolata calda e speziata è la morte sua!

Insieme a questa ricetta, oggi, mi andava di raccontarvi una storia.
Una storia che parla di Venezia, ma anche un po’ di me.
Nel 1984, alla porta di casa della mia nonna paterna, bussò una suora, Suor Angela Maria Bovo, nata negli Stati Uniti da genitori veneti.
La mamma, Angelina Cian, sorella maggiore della mia nonna, dopo essersi sposata, nel 1906 emigrò negli Stati Uniti insieme al marito, Antonio Bovo.
Per alcuni anni rimase in contatto con la famiglia rimasta in Italia, ma dopo la Prima Guerra Mondiale, le sorelle in Italia persero i contatti con Angelina.
Riuscirono ad avere un’unica notizia nel 1950, dal Consolato Italiano a S. Francisco, notizia che comunicava la morte del marito di Angelina, Antonio Bovo, ma non riuscirono a sapere più nulla della sorella né dei loro figli.
Una delle figlie, Suor Angela, rimasta orfana in tenera età, voleva sapere di più sulle sue origini italiane e, ottenuto dai superiori il permesso di compiere un viaggio in Italia, a Venezia trovò ancora in vita due anziane zie, sorelle della mamma: zia Elisa di 88 anni e zia Giulia di 80, la mia nonna.
Giunta in visita dalla mia nonna insieme ad un’interprete, scoprì che sua madre, Angelina, nel 1896 fece da modella, in modo del tutto casuale, per un pittore, Roberto Ferruzzi (1853-1934).
La mia nonna le raccontò che nel 1896 la famiglia si era temporaneamente trasferita sulle colline vicino a Padova, sui Colli Euganei, più precisamente a Luvigliano.
Fu li che Roberto Ferruzzi vide un giorno Angelina, allora undicenne, che portava in braccio il fratellino.
Ferruzzi era un giovane artista e, colpito dalla bellezza che creavano la ragazzina ed il lattante, ne fece il ritratto, chiamando il quadro “Madonnina”.
Con questo quadro, l’anno successivo, vinse la Seconda Biennale di Venezia.
L’opera venne acquistata per 30.000 lire, una cifra astronomica per quei tempi.
In seguito fu acquistata dai Fratelli Alinari, proprietari della nota casa fotografica, i quali, prima di rivenderlo, si riservarono il diritto di riproduzione.
Dell’originale si sono poi perse le tracce.
Sembra sia stato acquistato da un americano durante la seconda guerra mondiale, e che sia andato perduto con l’affondamento della nave che lo trasportava in America.
La salvezza dell’opera sono le riproduzioni fotografiche dei Fratelli Alinari, che ce l’hanno fatta conoscere in mille riproduzioni.
A seguito della visita di Suor Angela, ho conosciuto altri componenti della grande famiglia americana.
Sono stata in visita nel 1990, ed ho incontrato uno dei figli di Angelina ed Antonio, Arturo, nonno di Christine e Kimberley Bovo, che mi hanno ospitata, con le quali sono tuttora in contatto, e che spero di rivedere presto.
Ecco, con baicoli e cioccolata calda, oggi anche un po’ di me.

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Antipasti/ Salato/ Travel

VENEZIA, BÀCARI E….HUMMUS DI CICERCHIE

 

foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 

 

Non sono sparita.

Sono semplicemente incasinata, felice ma incasinata.

Ho iniziato il corso all’Istituto Alberghiero, ed è abbastanza impegnativo in termini di tempo ed energie.

Facciamo circa otto ore in cucina ogni giorno, con dei ritmi ai quali, chi normalmente cucina solo per passione e/o diletto (beh, anche per necessità..) come me, non è certo abituato.

E non sono nemmeno i ritmi di un ristorante, quelli sono decisamente peggio.

E’ faticoso, ma sto imparando tante cose, le basi della cucina, le tecniche, quelle che desideravo apprendere da tempo, e quindi va bene così.

Va bene, anche se tra meno di un mese devo affrontare un trasloco, e ci sono gli scatoloni da fare ed una montagna di cose da organizzare.

Purtroppo non sempre si può pianificare tutto e fare le cose nel momento più consono.

A volte, quando passa il treno ci devi saltare sopra e fare qualche sacrificio, perché non lo sai se poi quel treno ripasserà ancora.

Insomma, io su questo treno ci sono saltata sopra, e sono felice!

Avrei voluto scrivere questo post domenica, ma non ci sono riuscita.

Ci sono così tante cose da fare nel fine settimana che è andata così e mi ritrovo oggi a raccontarvi di un qualcosa fatto sabato scorso…pazienza.

Sabato pomeriggio siamo andati a Venezia.

Venezia è bellissima con le giornate terse e soleggiate.

Certo, direte voi, ogni posto è bello con delle giornate così…ma Venezia lo è in particolar modo, credetemi.

Dalla Stazione ferroviaria S. Lucia, abbiamo imboccato il Rio terà Lista di Spagna (Rio terà = canale interrato ) e ci siamo diretti verso Cannaregio.

Superato il Ponte delle Guglie noi abbiamo proseguito per il Rio terà S. Leonardo e poi girato verso sinistra passeggiando per la zona della Fondamenta Ormesini e per il Ghetto Nuovo e Vecchio.

Questa zona, appartata e suggestiva, è lontana dai soliti percorsi turistici, ed è davvero tutta da scoprire (mappa qui).

Il Ghetto Ebraico  è una vera e propria città nella città.

E’ una delle zone più affascinanti di Venezia: rimasta poco turistica, conserva un carisma tutto suo e l’autenticità di quartiere vissuto.

Con le sue cinque sinagoghe, il Museo Ebraico e le altissime case, conserva ancora un piccolo centro di vita ebraica ed è il più antico e meglio conservato tra i quartieri ebraici del Vecchio Continente.

E’ nato nel 1516, in seguito alle disposizioni del Governo della Serenissima, che confinava gli ebrei in una zona ben circoscritta della città, dove gli ebrei dovevano abitare e dalla quale non potevano uscire dal tramonto all’alba.

Se vi capita di venire a Venezia, non potete mancare certo la visita a S. Marco ed al Ponte di Rialto, ma considerate anche qualche percorso alternativo, troverete la vera Venezia, quella frequentata dai veneziani, la più autentica.

A poca distanza, dopo la Fondamenta degli Ormesini, si prosegue per la Fondamenta della Misericordia.

Qui è un susseguirsi di locali e bàcari, con tavolini all’aperto.

Tra questi locali ce n’è uno che è una vera istituzione da parecchi anni, Il Paradiso Perduto.

E’ la tipica osteria veneziana, un po’ bar un po’ ristorante, ma soprattutto luogo di aggregazione e ritrovo.

Alcune serate sono dedicate a spettacoli di musica dal vivo.

Il Paradiso Perduto è nato negli anni ’80 su iniziativa di alcuni studenti universitari.
In precedenza nei muri di questo locale ci sono stati una stalla e successivamente la sede di una remiera.
Questo locale è stato pure citato in una canzone dei Pitura Freska, “Pin Floi”, ve la ricordate? Quella dedicata al disastroso concerto dei Pink Floyd nel Bacino S. Marco nel lontano 1985 (..io c’ero…) “Oi ‘ndemo veder i Pin Floi…Persi par persi, ‘ndemo a consolarse, ‘ndemo al Paradiso a inbriagarse..”

L’atmosfera qui è davvero speciale, è possibile mangiare in piedi di fronte al bancone con un aperitivo, oppure sedersi nelle lunghe tavolate all’interno, o ancora meglio nei tavolini esterni, vista canale.

Noi, causa presenza bimbe piccole, vivaci e non abituate ai canali, abbiamo optato per i tavoli interni, non abbiamo voluto rischiare il tuffo per ripescarle.

Non aspettatevi piatti perfetti, ma sinceri e davvero tipici.

Qui trovate i piatti della tradizione, ed i veri cicheti venexiani.

Lo sapete da cosa deriva la parola cicheti? Dal latino “ciccus” piccolissima quantità.

 

La ricetta di oggi, perché?

Perché la preparo abbastanza spesso, è un ottimo antipasto.

Normalmente si prepara con i ceci ma a me piace molto anche con le cicerchie di cui vi avevo già parlato anche qui.

Inoltre con l’hummus mi ricollego alla cucina ebraica, nella quale se ne fa largo uso.

Adesso basta chiacchiere, ricetta e foto!

 
 

HUMMUS DI CICERCHIE

Ingredienti:
300 g di cicerchie decorticate biologiche
Alga kombu 1 pezzetto (4 cm)
1 limone biologico (succo)
1 spicchio aglio (facoltativo)
1 cucchiaino di cumino
1 cucchiaino salsa tahina *
Paprika dolce una spolverata (a piacere)
Lavate bene le cicerchie sotto l’acqua corrente fredda.
(Io ho utilizzato le cicerchie decorticate che non necessitano di ammollo).
Lessatele con l’alga kombu per circa 30 minuti.
Scolatele, eliminate l’alga kombu e fatele raffreddare (io le ho messe bollenti nell’abbattitore).
Versatele nel robot da cucina o nel bicchiere del mixer ad immersione con gli altri ingredienti.
Lo spicchio d’aglio è facoltativo, io lo utilizzo dopo aver eliminato il germoglio (o anima).
Frullate bene tutto fino ad ottenere una crema bella liscia e versate in una ciotola.
Cospargete con un po’ di paprika prima di servire.
Potete servirlo come antipasto con dei cracker o crostini.
Salsa Tahina *
100 gr sesamo tostato
50 gr olio di semi di girasole biologico oppure olio evo
½ cucchiaino sale rosa dell’Himalaya
Tostate il sesamo in una padella per circa 5-6 minuti, non troppo per non farlo diventare troppo scuro.
Fateli raffreddare un pochino, poi versateli nel contenitore del mixer o nel robot da cucina, aggiungete anche l’olio ed il sale.
Frullate alla massima velocità fino ad ottenere una crema bella liscia.

Si conserva in un barattolo di vetro con chiusura ermetica (nel frigorifero).

 
foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 
 
 

Venezia.

 
foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 

 

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…ma la notate quella montagna di baccalà mantecato?


 
foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 

 

bigoli espressi
 
foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 

 

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Il Paradiso Perduto| Osteria Storica Veneziana

Fondamenta della Misericordia – Cannaregio 2540 | 30121 Venezia
Prenotazioni – tel. 041 720581


 
 
Vi saluto, io sono qui!

 
foto di Roberta Morasco © Facciamocheerolacuoca? 
 
 
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Salato

PASSIONE, EMOZIONI E…WHOOPIE PIE RICOTTA E SALAME




Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 






Oggi poche parole. Vi propongo una ricettina che mi ha dato un sacco di soddisfazione..

Dei dolcetti vi avevo già parlato qui, ma nel libro che ho a casa non ci sono solo ricette dolci…certo sono la maggioranza, ma ce ne sono anche di salate…
Una è questa, e sono buonissimi!

Credetemi, sono davvero facili da preparare, non serve nemmeno lo stampo, io ho seguito le indicazioni del libretto (che vi riporto sotto), niente di più semplice!

Per farcirli dovete solo sbizzarrirvi!!!


Vi lascio alcune immagini del nostro giretto a Venezia durante il week end.
Sabato abbiamo visitato la Scuola Grande di S. Rocco, per chi non la conoscesse, qualche info qui la cui intera decorazione pittorica è opera di Jacopo Robusti, detto Tintoretto. Un’impresa pittorica immensa, durata circa 25 anni.

Visita davvero interessantissima, soprattutto perché ci ha accompagnati una bravissima guida, Monica, mamma di un compagno di Carola.

I bambini (gruppo del catechismo) erano affascinati dalle sue spiegazioni, a conferma del fatto che per avere l’attenzione dei bambini bisogna anzitutto trasmettere passione ed emozioni.

Capacità che alcune (forse troppe…) insegnanti purtroppo hanno perduto…se così non fosse le loro proteste contro i tagli alla scuola pubblica non andrebbero a danneggiare direttamente i bambini.

E invece, il nostro corpo docente ha deciso di protestare sospendendo, tra le altre cose, i viaggi di istruzione e le uscite didattiche programmate ad inizio anno scolastico.
I miei complimenti per il messaggio che passate ai bambini.
Sarebbe quanto meno opportuno trovaste il coraggio di spiegarglielo voi il vostro nobile gesto.

Chiedo scusa per questa parentesi, ma quando mi frullano, mi frullano...

Buon inizio settimana!


WHOOPIE PIE RICOTTA E SALAME

Ingredienti per (24 basi medio-piccole):

Whoopie

1 uovo a temperatura ambiente
70 gr burro biologico
180 gr farina di grano khorasan KAMUT
30 gr Parmigiano Reggiano grattugiato
120 ml latte
1 cucchiaino lievito istantaneo in polvere per preparazioni salate
½ cucchiaino bicarbonato
1 pizzico pepe bianco
½ cucchiaino sale rosa dell’Himalaya
1 cucchiaio semi di papavero

Per farcire

125 gr ricotta biologica
12 fette salame
Una decina di steli di erba cipollina
Sale rosa dell’Himalaya qb
Pepe nero qb
Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 

Roberta Morasco ©…facciamocheerolacuoca? 



Lavorate con le fruste elettriche il burro morbido, aggiungete l’uovo e lavorate ancora.

Abbassate la velocità al minimo ed aggiungete la farina setacciata con lievito, bicarbonato e poi anche il parmigiano grattugiato, alternateli con il latte, poco per volta.

Salate e pepate a piacere.

Mettete il composto in una sac à poche con la bocchetta liscia di circa 1,5 cm e distribuitelo su una teglia foderata di carta forno, formando tanti mucchietti regolari ben distanziati tra loro (perché si allargheranno durante la cottura). *

Cospargeteli con i semi di papavero ed  infornate in forno preriscaldato a 180° per circa 15 minuti.

Fate raffreddare prima di farcire.

Condite la ricotta con poco sale, pepe e l’erba cipollina sminuzzata.
Mescolate bene.

Farcite ogni whoopie con un cucchiaio di crema di ricotta ed una fettina di salame.
Utilizzate uno stecchino per tenere fermo il whoopie!

*Nota: Nel libro viene suggerito di disegnare sul retro del foglio di carta forno dei cerchietti della dimensione desiderata dei whoopie (io circa 7 cm). 
I cerchi devono essere ben distanziati tra loro affinché non si uniscano uno con l’altro durante la cottura.

Al centro di ciascun cerchietto disporre una pallina di impasto (con la sac à poche).















Dolce

EPIFANIA, DISPARITA’ E…..PINZA DEA MARANTEGA

 DSCN3574_pinza_pirofila
 
La befana vien de note
co e scarpe tute rote
col, vestito da romana
viva, viva ea befana.

 

La pinza è un dolce veneto molto antico e tipico dell’Epifania.
 
La Befana a Venezia la chiamamo Marantega ed il giorno dell’Epifania si svolge una straordinaria regata in costume, la Regata delle Befane.
 
Si tratta di una simpatica regata tra i vecchi soci della più antica società di canotaggio di Venezia, la Bucintoro.
 
Cinquanta uomini, travestiti da befane si sfidano nel tratto centrale del Canal Grande da San Tomà fino al Ponte di Rialto.
 
L’arrivo è rappresentato da una calza gigante appesa per l’occasione al celebre ponte di Rialto.
Di Pinza ne esistono molte ricette e versioni, ma gli ingredienti principali sono comunque la farina gialla e la frutta secca.
 
Questa è la mia versione, presa un po’ dalla ricetta della mia mamma, un po’ da ricette lette in varie riviste e libri, senza strutto e con la grappa per ammollare la frutta secca.
 
Poi una striscia di Silvia Ziche, chi legge qualche volta Donna Moderna la conoscerà già…io la adoro…
Sapete già che sono una che tiene tutti i pizzini dalle riviste, beh, ho tutta una raccolta delle sue vignette.
 
Come non postare questa che è attualissima in tema sia di Befane che di disparità tra uomini e donne???
 
Vi auguro una felice domenica gente!

PINZA DEA MARANTEGA
Ingredienti
150 g farina di mais fioretto
100 g farina di farro (o altro tipo)
80 g zucchero di canna ( + poco per cospargere la torta)
70 g burro biologico
750 ml latte
50 g uvetta
50 g arancia candita
20 g zenzero candito
9-10 fichi secchi
½ mela
100 ml grappa
1 cucchiaino semi di anice
1 cucchiaino semi di finocchio
½ bustina lievito vanigliato
Sale un pizzico
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Mettete tutti i canditi, i fichi secchi tagliati a pezzetti, l’uvetta ed i semi di anice e finocchio in una ciotola, versate la grappa, mescolate bene e lasciate insaporire.
 
Scaldate il latte in una pentola con il sale.
 
Raggiunto il bollore, versate le farine a pioggia mescolando con la frusta per evitare si formino grumi (dovrebbe avere la consistenza di una polentina, se troppo compatto aggiungete latte qb).
 
Continuate la cottura per una decina di minuti, mescolando bene con un cucchiaio di legno.
 
Togliete dal fuoco ed aggiungete il burro a pezzetti, lo zucchero e la mela tagliata a dadini, mescolate bene quindi unite anche la frutta secca ammollata con la grappa, ed il lievito sciolto in 4 cucchiai di latte tiepido.
Versate l’impasto in una tortiera rettangolare di ca. 20×30 cm rivestita di carta forno, cospargete con dello zucchero di canna ed infornate a 180° per circa 50-60 minuti. Deve fare una bella crosticina sopra. (Per evitare che indurisca o scurisca troppo per metà cottura coprite con un dell’alluminio)
 
Va consumata tiepida o fredda.
RSCN3585_Pinza_ marantega

Silvia Ziche…
 
 
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Salato

DI CONTEST E……LONZA DI MAIALE AL LATTE – ‘PORSEO AL LATTE’





La giornata di ieri è iniziata malino. 
Nel senso che ‘polpettina’ aveva la febbre da sabato sera e, ovviamente la domenica si prospettava a casa…
 
Poi al risveglio, la pioggia, ancora. 
Vabbè dobbiamo comunque rimanere a casa ma la pioggia ha rotto però….
 
Avevo un po’ di cose in sospeso da fare e ne ho approfittato. 
Negli ultimi due giorni non ho avuto nemmeno il tempo di gironzolare un po’ per i blog delle tante/i amiche/i….e nemmeno di controllare la posta in arrivo…..infatti….ma che figura…CHE RAZZA DI FIGURA!!!!
 
Non ho nemmeno visto il messaggio di Nus de L’Ennesimo Blog di Cucina che mi diceva di passare da lei …ho vinto il suo contest!
 
Ho vinto il contest e me ne sono accorta dopo due giorni…ma che figura …
Tardi, lo so, ma ci sono arrivata Nus!
 
Sono felicissima di aver vinto con la ricetta del Gratin di rana pescatrice (qui), davvero felice!!!
 
Desidero fare i  miei complimenti anche a Rosalba del blog Miele e Vaniglia
che ha vinto pari merito con me, ottima ricetta Rosalba!
 
Per tutto il mese Nus ospiterà le ricette vincitrici nella sidebar del suo blog!
 
Beh, grazie, grazie, grazie!!!
 
Oggi vi propongo  una ricetta veneziana, che mi piace molto.
 
La lonza arrosto, al latte.  In veneziano Porseo al latte.
 
E’ semplicissima da eseguire. L’importante è far marinare la carne nel vino per parecchie ore e poi farla cucinare davvero lentamente nel latte.
 
Ricetta presa da un libro che ho da parecchio tempo, si chiama ‘Sapori del Veneto – Le ricette classiche’ di Rosalba Gioffré.
 
Vi lascio alla ricetta ed alle foto, augurandovi di tutto cuore un buon inizio settimana!

 

LONZA DI MAIALE AL LATTE – ‘PORSEO AL LATTE’
 
Ingredienti:
 
1,5 kg lonza di maiale
2 spicchi aglio
Burro  io olio evo qb
Salvia qb
Rosmarino qb
1 lt latte
1 lt Vino bianco  
Sale rosa dell’Himalaya qb
Pepe qb



 
 




Legate il pezzo di carne con dello spago da cucina affinché mantenga la forma durante la cottura (io ho omesso questo passaggio, non ce l’avevo, comunque la forma l’ha mantenuta ugualmente).
 
Mettetelo in una terrina coperto di vino bianco e lasciatelo marinare tutta la notte in frigorifero.
 
Il giorno dopo asciugatelo bene, salatelo e pepatelo, sistematelo in una casseruola e fatelo rosolare da tutte le parti nell’olio, dove avrete fatto soffriggere i due spicchi d’aglio. 








Poi aggiungete anche il latte, la salvia ed il rosmarino, coprite e lasciate cuocere l’arrosto a fuoco lento per circa  1 ora (la ricetta prevede 2 ore di cottura, ma mi sembra tanto perché io a fuoco basso l’ho sempre cucinato in poco più di un’ora).
 
Il sughetto si presenta un po’ grumoso, il che sarebbe anche bello, ma ci sono anche tutti i residui di foglie varie di rosmarino e salvia. Risolvo questo problema passandolo al setaccio, ottengo così una cremina gustosissima con cui va servito questo arrosto.
 
Nota: Insieme a tutti gli odori, se vi piace, ci sta bene anche una grattatina di noce moscata.
Salato/ Secondi di pesce

DI SARDE, FINITE…MOSCARDINI IN UMIDO CON LENTICCHIE MIGNON

 
 





Questa è davvero bella.Mi sono recata in pescheria perché volevo acquistare delle sarde fresche e, dopo aver fatto una bella fila con il mio bel numerino tra le dita, arriva il mio turno e le sardine?
Finite.
Un signore anziano, prima di me, non so quanti cavolo di chili ne ha acquistate e sono finite… 

Vabbè. Vedo il cartello “Polpi pescati nel Mar Mediterraneo”.
Ok! Perfetto, faccio la ricetta di mia mamma con le lenticchie.

 

Arrivo a casa e di cosa mi accorgo?…sono dei moscardini, belli grossi, ma sono moscardini.

 

Chiariamo subito le cose, perché conoscere le materie prime non è cosa scontata evidentemente: il polpo (non polipo, se lo chiamano così sbagliano, il polipo è un’altra cosa) ha 8 tentacoli e 2 file di ventose simmetriche (attenzione, simmetriche!), mentre il moscardino ha solo una fila di ventose…

 

Il polpo è parente di seppie e calamari (…che però hanno 10 tentacoli!), poi c’è anche da sapere che i polpi più grandi vengono chiamati piovre….sono la stessa identica cosa, ma sono più grossi.

 

Mi chiedo, ma in una pescheria non le dovrebbero sapere ‘ste cose?…mah?

 

A me è andata bene anche così, per carità, perché i moscardini vanno anche meglio ha detto mia mamma, però…

 

Torniamo ai folpeti…a Venezia li chiamiamo così!

 

Se vi capita di farvi un giro nella città a forma di pesce, recatevi in un’osteria (bàcaro) e troverete tra i tanti cicheti, i folpeti lesi (moscardini lessi).

 

Vengono lessati esattamente come nella ricetta sotto (se vi va ci sta bene dell’alloro nell’acqua di cottura) ma senza privarli delle interiora…si avete capito, si mangia tutto, tutto.

 

Questa ricetta, che a me piace davvero tanto, non credo sia veneziana onestamente…devo ricordare di chiederlo a mia mamma, perché l’ho rubata a lei.

 

Ha davvero un suo perché abbinarci una buona polenta morbida.Ciao amici!

 

 

 

MOSCARDINI IN UMIDO CON LENTICCHIE MIGNON

Ingredienti:

600 – 700 g moscardini freschi

250 g lenticchie mignon biologiche

1 carota grande

2-3 costole di sedano

½ cipolla

Olio evo

Peperoncino qb

Passata di pomodoro qb

Sale rosa dell’Himalaya qb

Pepe qb

Prezzemolo qb

 
 
 

Lavate e tagliate le verdure, sedano, carota e cipolla e mettetele a rosolare con poco olio evo in un tegame.

Lavate le lenticchie ed aggiungetele alle verdure, regolate di sale e pepe, aggiungete dell’acqua e lasciate cuocere seguendo le indicazioni di cottura, per questo tipo che ho utilizzato non serve l’ammollo e si cucinano abbastanza velocemente, circa 15-20 minuti.

Lavate i moscardini, svuotateli dalle interiora ed eliminate con un coltello il ‘becco’ e gli occhi.

Immergeteli per 3 volte nell’acqua salata a bollore fino a fare arricciare i tentacoli.

Lasciateli cuocere circa  20 minuti. Con la schiumarola eliminate la schiuma che si forma durante la cottura.

Scolateli e tagliateli a pezzettoni.

Aggiungeteli alle lenticchie, con la passata di pomodoro, il peperoncino e lasciate cuocere tutto insieme per altri 10-15 minuti, aggiungendo poca acqua di cottura dei moscardini (schiumata!).

Solo alla fine aggiungete il prezzemolo.

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Biscotti e Frolle/ Dolce/ Travel

BUSSOLÀ DE BURAN, MY WAY!



 
 


Leggevo poco tempo fa un articolo che si intitolava ‘Figli della modernità, malati di poca natura’.Vi ricordate che qui, vi ho spiegato dei ‘pizzini’ che io ritaglio abitualmente da tutte le riviste e che poi mi leggo e/o rileggo con calma?Questo è uno dei tanti ‘pizzini’. Si perché non strappo solo ricette, io lo so che finirò i miei giorni sommersa dai miei pizzini.Per la precisione questo l’ho strappato da un inserto ‘Settegreen’ del Corriere.

Sara Gandolfi inizia l’articolo scrivendo: “Mai ascoltato in silenzio i suoni di un bosco? Mai camminato a piedi nudi sull’erba di un parco cittadino?”.

Affronta un tema davvero interessante: il ‘Nature deficit disorder’, ovvero disturbo da carenza di natura, termine coniato qualche anno fa dallo scrittore americano Richard Louv autore de ‘L’ultimo bambino nei boschi’ (che voglio leggere).

Non è il nome di una vera e propria malattia, ma di un rapporto mancato con la natura, con l’ambiente.

In poche parole ci sono studi che confermano che il nostro stato di salute mentale, fisica e spirituale è direttamente collegato al legame che abbiamo con il mondo naturale.

Che problemi quali obesità, disattenzione, depressione, ansia, noia, svogliatezza possono essere trattati in modo efficace, incentivando e favorendo il rapporto tra i bambini/ragazzi e la natura.

Per cui non sono sufficienti soltanto una buona alimentazione ed un buon sonno per essere in buona salute, ma è essenziale anche il contatto con il verde.

E’ provato da varie ricerche scientifiche che i bambini che vivono a contatto con la natura, rispetto a quelli che restano spesso chiusi a casa, davanti a TV e PC, hanno maggiore capacità di osservazione, ragionamento, sono sensibilmente meno inclini al bullismo e, cosa secondo me meravigliosa, sanno stupirsi. Capacità che spesso sembra davvero perduta.

Stephen Moss dice che “Il mondo naturale non ha un libretto di istruzioni, e proprio per questo insegna ai bambini ad usare l’immaginazione creativa”.

L’articolo termina con una immagine stupenda raccontata da Gianfranco Zavalloni, dirigente scolastico di Cesena che diceva: “L’altro giorno una maestra che conosco ha portato i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola. Era una giornata nuvolosa e di vento. Li ha fatti sdraiare  per terra e ha fatto guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme e movimenti. Era scuola quella? Si, era scuola, una scuola eccezionale di poesia.”

Cosa c’entra tutto questo con i biscotti voi direte, forse nulla.

Vi ricordate che qui e qui vi avevo raccontato delle gite organizzate da noi genitori fuori orario scolastico?

Bene, questi biscotti mi ricordano una delle gite che abbiamo organizzato in primavera con la classe di mia figlia, una bellissima domenica di maggio di quest’anno.

Una domenica all’aperto, immersi nella natura, nel bel mezzo della laguna di Venezia.

Siamo partiti alla volta di Torcello, Burano e Murano con una motonave della Navigazione Stefanato.

Non era la prima volta che andavamo in barca con loro, l’anno prima abbiamo percorso il fiume Sile, sempre con la classe, giornata altrettanto bella.

Vi devo confessare che è davvero entusiasmante vedere l’eccitazione dei bambini, osservarli ascoltare le spiegazioni, guardare dal binocolo alla ricerca di un nido di cicogna o di cigno…

Sembrano cose scontate ma non lo sono, non lo sono proprio.

Io oggi vi lascio con questa riflessione, con alcune immagini di Burano, isola bellissima dai mille colori, andateci appena ne avete l’occasione…e con la mia versione dei Bussolai de Buran, biscotti che adoro.

Buona giornata!

 

BUSSOLÀ DE BURAN

Ingredienti:

150 g farina di riso biologica

100 g farina di farro biologica

3 tuorli (uova bio)

1 albume (uova bio)

150 g zucchero

1 cucchiaio di miele biologico

70 g burro biologico

½ cucchiaino polvere di vaniglia bourbon biologica

½ cucchiaino semi di anice (facoltativo)

1 pizzico di sale



 



Scaldate il forno a 170°.

Mescolate le farine con i tuorli, lo zucchero, la vaniglia, il miele, il sale ed i semi di anice schiacciati.

Montate l’albume a neve ed aggiungetelo all’impasto, poi anche il burro ammorbidito e lavorate con energia.

Trasferite tutto su una spianatoia e lavorate bene.

Dividete l’impasto in pezzettoni e formate dei ‘salsicciotti’ a cui appiattirete le estremità (io ne ho fatti circa 12).

Formate la ciambellina unendo le due estremità e posizionatele in una teglia foderata di carta forno.

Io ho spennellato un po’ solo con dell’albume (avanzato dalle due uova usate) ed ho infornato per circa 15 minuti.

Devono essere ben dorati ma fate attenzione perché scuriscono molto velocemente.

 
 
La laguna con briccola rosa….

 

COLORI…

 

E COLORI…

 

 

 

 

…le altane… 

 

Baldassarre Galuppi detto ‘Buranello’, compositore ed organista italiano

 

..che meraviglia!

 

Merletti di Burano….


 
 
 

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Biscotti e Frolle/ Colazione e merenda/ Dolce

BISCOTTI! I ZAETI, anzi no XAETI!




Grazie a un tè tra amiche, ho scoperto una bevanda che non conoscevo.

Si, una bevanda perchè in effetti il Roiboos non è un tè, nasce dalla fermentazione delle foglie di un legume.Lo conoscete?

L’arbusto da cui cresce il Rooibos cresce in Sud Africa, le sue foglie sono di un colore rosso mogano, colore tipico di questo tè. Il suo nome deriva dall’afrikans e significa “arbusto rosso”.

L’ infuso è caratterizzato da un gusto pieno che ricorda quello della nocciola e, grazie al basso contenuto di tannino, il suo sapore è dolce cosa che consente di evitare l’aggiunta di zucchero.

Il Rooibos possiede preziose proprietà salutari.

Tra i fattori nutrizionali e i dimostrati effetti sulla salute, alcuni sono i seguenti: contiene molte sostanze minerali, funziona da antivirale, possiede una potente azione antiossidante capace di combattere i radicali liberi presenti nell’organismo,  non contiene caffeina, teina o altre sostanze eccitanti per cui può essere consumato in ogni momento della giornata e per questo è anche particolarmente adatto ai bambini, per non parlare poi dei suoi effetti benefici ad esempio su dermatiti, allergie e problemi digestivi.

Insomma, per me è stato una scoperta.

Oggi, la ricetta dei miei Zaeti, anzi no ’Xaeti’, biscottini della tradizione veneziana, che io amo molto, fatti con la farina di riso e la farina di mais fioretto.

Biscotti semplicissimi da preparare che a casa nostra, hanno sempre vita molto breve.

Buona giornata gente!


I ZAETI (XAETI)

Ingredienti

250 g farina gialla ‘fioretto’ per dolci

250 g farina di riso biologica

200 g burro biologico

4 tuorli + 1 uovo intero (uova biologiche) *

250 g zucchero semolato

½ cucchiaino cremor tartaro (o lievito per dolci)

100 g uvetta

1 cucchiaino polvere di vaniglia bourbon bio

grappa qb

zucchero a velo qb

1 presa abbondante sale

*(dose per uova biologiche che sono più piccole)

 




Accendete il forno a 180°.

Mettete l’uvetta in una ciotola e fatela rinvenire coprendola con della grappa.

Mescolate le farine in una terrina, unite il sale ed il cremor tartaro.

Sciogliete il burro, aggiungetelo alla farina e mescolate bene con un cucchiaio di legno.

Montate i tuorli con lo zucchero ed uniteli poco per volta all’impasto. Amalgamate bene gli ingredienti ed impastate energicamente.

Unite anche l’uvetta, ammorbidita e strizzata bene. Impastate nuovamente.

Formate uno o due rotoloni con l’impasto, e dividetelo in piccoli pezzi affusolando le estremità.

Posizionateli su una teglia rivestita di carta forno e cuoceteli per circa 10-15 minuti a 175°.

Lasciateli raffreddare, cospargeteli a piacere con lo zucchero a velo.

Si possono conservare fino ad un mese in una scatola di latta.

Sinceramente a casa nostra questo problema non si pone, finiscono quasi subito!

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CONSIGLIA Torta panna e limone